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JOHN LENNON

L’8 dicembre di 35 anni fa moriva John Lennon.

Conosciuto in particolare come ex Beatle, icona leggendaria della musica e noto pacifista dall’umorismo tagliente, John era tutto questo e molto altro. Marito e padre in primis.

Era un Lunedì come tanti altri, il giorno in cui il musicista uscì di casa con sua moglie, Yoko Ono. I due, che al tempo abitavano a Manhattan assieme al figlio Sean, nato soli cinque anni prima, si recarono ad un caffè vicino casa, La Fortuna (ironia della sorte), dove la coppia fece colazione.

Era un giorno qualunque, un giorno lavorativo, e come tale i due dovettero tornare al Dakota Building per un’intervista. Dopo cinque anni di silenzio e reclusione, John era tornato in pista con Double Fantasy, pubblicato solo un mese prima. Allo stesso modo, Yoko aveva atteso il momento giusto per rilasciare nuovi pezzi. Nella primavera di quello stesso anno, Lennon la chiamò da un cabina telefonica subito dopo aver ascoltato Lene Lovich e “Rock Lobster” dei B-52’s in un nightclub e le disse: “Sono finalmente pronti per noi, amore!”

Con ottimismo la coppia si prestò per il servizio della fotografa Annie Liebovitz, che si rivelò in seguito uno dei più iconici di Rolling Stone. Gli scatti realizzati dalla Liebovitz ritraevano John nudo, abbracciato alla moglie, e avrebbero costituito la copertina della rivista solo sei mesi dopo.

Nel frattempo, il fotografo nonché fan Paul Goresh, arrivò sotto casa dell’artista. Per puro caso si imbatté in un giovane dall’aria strana che stringeva tra le mani una copia dell’ultimo disco di John e indossava una lunga pelliccia: Mark David Chapman. Era l’unica persona presente, oltre a Goresh. Ciò che nessuno sapeva, era che Chapman aveva passato gli ultimi giorni ad aspettare con ansia l’incontro con Lennon per un motivo preciso, lontano dalla semplice idolatria che aveva contraddistinto i fan dei Beatles ai tempi.

“Stai aspettando Lennon?” aveva domandato a Goresh. “Io mi chiamo Mark, sono venuto dalle Hawaii per farmi autografare l’album.”

Nell’attesa, i due scambiano qualche parola. Intanto, il giornalista Dave Sholin, arriva a casa di Lennon per intervistarlo. “Eravamo circondati da questo bellissimo posto. Ci sedemmo sul divano, Yoko era con noi e quando alzai la testa notai delle bellissime nuvole dipinte sul soffitto.” Solo pochi anni prima, Bob Gruen, un fotografo dell’ambiente rock che in quel periodo frequentava il cantante, aveva dichiarato riguardo alla sua reclusione che John “aveva un ampio spazio in cui vivere. Per andare da un punto all’altro della sua casa bisognava percorrere una distanza di quasi mezzo isolato”.

In seguito ai suoi tentativi di approccio a Lennon, Mick Jagger aveva inoltre affermato che l’artista non uscisse mai di casa e che passasse il tempo “a prosternarsi davanti alla sua dannata moglie”.

Ad ogni modo, l’intervista procedette senza indugi, dal momento che la tabella di marcia della coppia era intasata di impegni per la promozione del nuovo album di John. “Il mio lavoro non sarà finito finché non sarò morto e sepolto e spero che la cosa accada tra molto, molto tempo!” Così si era concluso l’incontro.

Sholin uscì dal palazzo non molto tempo dopo e si infilò in una limousine che lo avrebbe portato all’aeroporto, mentre i due artisti aspettarono invano la macchina che avrebbe dovuto portarli allo studio di registrazione Record Plant. Lennon prese a parlare con Goresh ma fu interrotto da Chapman, il quale, senza dire una parola, allungò il vinile. “Vuoi che te lo firmi?” chiese il cantante. Goresh scattò un paio di foto, il venticinquenne si dileguò mentre John e Yoko chiesero un passaggio a Sholin.

Durante il tragitto verso lo studio, i tre chiacchierarono del più e del meno e, ad un certo punto, il discorso si spostò naturalmente su Paul McCartney. “È come un fratello. Gli voglio bene. Abbiamo decisamente avuto i nostri alti e bassi ma alla fine della giornata, quando tutto è stato detto e fatto, farei qualsiasi cosa per lui. Penso che lui farebbe qualsiasi cosa per me.”

I due non si vedevano da quattro anni, esattamente dal loro incontro nell’appartamento newyorkese di Lennon. Era aprile e guardarono il Saturday Night Live insieme finché lo stesso presentatore non offrì tremila dollari ai Beatles per esibirsi allo show. Inizialmente, furono tentati ma poi declinarono: erano troppo stanchi. Fu l’ultima volta che si videro.

Allo studio di registrazione, Yoko e il marito lavorarono sulla canzone “Walking on thin ice” e una volta finito si accordarono con il produttore, Jack Douglas, per incontrarsi il giorno successivo. Ripresa la corsa in limousine, Yoko propose di pranzare al ristorante prima di tornare a casa ma Lennon rifiutò: voleva vedere Sean prima che si addormentasse. “Probabilmente sta già dormendo” rispose lei.

Furono le ultime parole che la coppia si rivolse.

Yoko uscì dall’auto seguita dal marito che, ignaro della presenza di Chapman, fu colpito alla schiena da tre proiettili. Il quarto gli prese la spalla, il quinto lo mancò. Il giovane attese in silenzio la morte dell’uomo che, barcollando verso i gradini del palazzo, mugugnò semplicemente “Mi hanno sparato” prima di morire.

Inutile fu la corsa verso l’ospedale Roosevelt che due agenti intrapresero con il corpo di John, ormai privo di vita, in macchina.

Come prassi, il dottor Stephan Lynn dovette ugualmente accertare l’identità del corpo. Un fatto curioso accadde in quei minuti, in presenza del cadavere dell’artista. La carta di identità lo riconosceva effettivamente come mr. Lennon, ma le infermiere affermarono che quell’uomo non assomigliava per niente al cantante e non poteva essere lui.

“Strinsi letteralmente il cuore di John tra le mie mani e lo massaggiai cercando di farlo ripartire. Gli facemmo una trasfusione ma era chiaro che l’aorta e tutti i vasi sanguigni collegati fossero ormai fuori uso, non c’era niente che potessimo fare” affermò il dottore, dichiarando John ufficialmente morto per dissanguamento. “Molte persone, nella stanza, iniziarono a piangere. Dovemmo dire al personale che non potevano vendere le loro uniformi macchiate di sangue e tutti si resero conto di cosa era appena successo.”

Inizialmente, nemmeno Yoko poté credere alle sue orecchie. “Non è vero, non può essere” disse. Passò molto tempo stesa a terra a piangere finché un’infermiera non le portò la fede del marito. Solo allora Yoko accettò la sua morte, tuttavia la prima cosa che chiese fu di ritardare l’annuncio della morte di John.

“Mio figlio Sean è ancora sveglio e probabilmente sta guardando la televisione. Ritardate l’annuncio, per favore, così che possa andare a casa e assicurarmi di dirgli cosa sia successo prima che lo veda in TV.”

Così si spense John Lennon, artista incredibile, ma soprattutto amato marito e padre di un uomo che oggi ha la sua età.

“Non voglio morire a quarant’anni” aveva involontariamente predetto lui stesso. “Probabilmente, verrò ammazzato da qualche lunatico.” Se non altro, aveva ben chiaro il suo posto nel mondo e, per questo, affermava di non avere paura della morte.

“Siamo pacifisti [N.d.R. a proposito di sé, Gandhi e King], ma non sono sicuro di cosa voglia dire quando sei un pacifista al punto che qualcuno ti sparerà. Io non ho paura di morire, sono preparato alla morte perché non ci credo. Penso che sia solo scendere da un’auto per salire su un’altra. Non rimpiango niente di quello che ho fatto, davvero, a parte forse di aver ferito altre persone. Non rinnego niente.”

Un’esistenza breve ma intensa che non sarà dimenticata.

glasses

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Giulia Rettaroli
Giulia Rettaroli nasce nel 1996, milanese doc, e si diploma perito turistico appassionandosi sin da subito a lingue e culture straniere. Allo studio si affiancano naturalmente la passione per il cinema (sci-fi e classici del genere horror in primis) e per la musica. Dischi, biografie, documentari, vecchi numeri di Melody Maker e Rolling Stone trovano posto tra chitarra e amplificatore e si moltiplicano negli anni alla scoperta del sound di artisti come Led Zeppelin, Black Sabbath, Beatles oltre che di Pink Floyd, Motörhead, Nirvana e via dicendo. Personalità come Frank Zappa e Lester Bangs incidono inoltre fortemente nel suo senso critico. Oggigiorno si diletta nello studio del danese, nel collezionismo di dischi che hanno fatto la storia della musica e, naturalmente, nella scrittura di recensioni et simili.

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